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Lavinia Sarritzu

Dalle Sante ascete alle moderne digiunatrici, la magrezza dal Medioevo ad oggi



Parole chiave: disturbi alimentari, storia della magrezza, epidemia sociale, santa anoressia.

Riassunto:

L’anoressia rientra nella sfera di quei disordini alimentari di cui si parla molto negli ultimi anni a causa soprattutto di una sua crescente diffusione, tanto che Richard Gordon la definisce una vera e propria epidemia sociale; in realtà il periodo a cui risalgono i primi casi che ne testimoniano la presenza è molto più antico di quanto si creda. Il primo ad essere citato nella letteratura medica risale al 1686, ad opera del Dott. Richard Morton, il quale fu tra i primi a considerare per altro le basi emotive delle malattie nervose. Rudolph Bell in una ricerca del 1986 teorizza invece la presenza di questa patologia fin dal primo Medioevo, testimoniata attraverso il digiuno mistico delle Sante, in un’ottica socio-culturale in cui il rifiuto del corpo diviene rifiuto della società e strumento di affermazione sociale.


Key Words: eating disorders, history of thinness, social epidemic, holy anorexia.

Summary:

The anorexia reenters in the sphere of that alimentary disorders of which it talks above all a lot in the last years to cause of one increasing diffusion of his, so much that Richard Gordon defines her a real social epidemic; in reality the period to which they go up again the first cases that they testify the presence of it it is very more ancient than believes him. The first one to be quoted in the medical literature goes up again to 1686 to work of Dr. Richard Morton, which was among the first ones to consider for other the emotional bases of the nervous illnesses. Rudolph Bell in a 1986 search theorizes the presence of this pathology instead since the first Middle Ages, testified through the mystical fast of the Saints in a social-cultural optics in which the refusal of the body becomes refusal of the society and tool of social affirmation.



Il termine anoressia deriva dal greco άν e ορέχις (àn e òrexis) che letteralmente si può tradurre come mancanza di appetito; in realtà il vocabolo risulta essere improprio dal punto di vista epistemologico se utilizzato per indicare un disturbo alimentare come l’anoressia, in quanto, questa non implica una perdita di appetito ma un rifiuto prolungato e sistematico del cibo. “ Non conosco nessuna persona più affamata della persona anoressica..” afferma Fabiola De Clercq (2000) , fondatrice dell’A.B.A. e autrice di vari libri sui disturbi alimentari. Normalmente una persona, avrebbe bisogno per vivere in buona salute secondo i dietologi di almeno 2000 calorie giornaliere; in genere l’espressione “dieta da fame”si riferisce ad un regime di 900 calorie al giorno. Una persona anoressica può arrivare fino a 320 calorie giornaliere;” mettete in fila 4 mele e pensate a come vi sentireste mangiando solo quelle per alcuni giorni, o 4 fette di pane, o due yogurt e un arancio..la prima parola che attraversa la mente è suicidio.. ”(Hornbacher Maraya, 2000) Non si può semplicemente parlare di un disturbo dell’appetito, la privazione del cibo non è che il sintomo più palese di un disagio che ha radici profonde. Quando si parla di disturbi alimentari in generale, non si intende solo l’anoressia ma tutte quelle patologie che sono strettamente connesse all’alimentazione, quindi per esempio anche la bulimia ( che letteralmente significa fame da bue). Anzi, possiamo dire che nei disturbi alimentari bulimia e anoressia non sono fenomeni slegati ma manifestazioni diverse di uno stesso disturbo; non ci si può privare completamente di cibo, per questo la persona anoressica va soggetta a crisi bulimiche cicliche in cui le enormi quantità di cibo ingurgitate vengono poi eliminate attraverso vomito autoindotto. Tuttavia in questo caso per motivi di spazio ci occuperemo principalmente del comportamento anoressico.

L’anoressia presenta il più alto tasso di mortalità fra tutte le malattie psichiche ( Bell Rudolph, 1992); Ogni anno colpisce 2,2 milioni di italiani, il 10% degli adolescenti tra i 15 e i 25 anni soffrono di questo disturbo ( Corriere della Sera, 2002) . Tra gli 80000 casi stimati fino ad oggi, 65000 sono ritenuti casi gravi; tra loro solo il 10% chiederà aiuto, e lo farà mediamente dopo 4-5 anni, quando la salute risulterà essere fortemente compromessa ( Idem,2002). I dati poc’anzi citati risalgono al 2002, anno in cui presumibilmente risale l’ultima stima fatta al livello nazionale; pur non potendo ipotizzare con certezza un aumento dei casi stimati fino a quel periodo, dati recenti confermerebbero un abbassamento dell’età media che riguarda l’insorgere della malattia che indica un’ età compresa tra i 12 e 18 anni ( www.zerograssi.it,2004). Di anoressia si può guarire ma se non si interviene tempestivamente, può diventare cronica e portare alla morte, che insorge per cause connaturate al deperimento corporeo; nel 15% dei casi essa sopraggiunge per insufficienza cardiaca, renale o per infezioni ( Idem,2004).

Il DSM-IV ( Diagnostic and statistical manual of mental disorders,1995), individua vari sintomi che possono ricondursi ad un disturbo alimentare; alcuni sono:

- Rifiuto ad alimentarsi accompagnato da una graduale perdita di peso( a titolo indicativo si considera sottopeso il soggetto il cui peso è meno dell’85% di quello previsto dalle apposite tabelle)

- Atteggiamento distorto nei confronti del cibo

- Rifiuto di riconoscere la malattia

- Desiderio di avere un aspetto esile

- Angoscia derivante dall’idea di un aumento anche minimo di peso

- Episodi di iperattività

Tra i sintomi fisici possiamo annoverare:

- Assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi (amenorrea) dovuti al sottopeso

- Lanugo( peluria sul viso e sul corpo)

- Bradicardia


Il primo congresso multidisciplinare sui disordini alimentari si è tenuto a Montecarlo nel Maggio del 1993; più o meno in quel periodo anche in Italia si è iniziato a parlare della diffusione del fenomeno, grazie ai mass media e al lavoro di alcune strutture sul territorio che si sono formate negli anni con lo scopo di fornire aiuto e supporto ai pazienti e alle loro famiglie. Nonostante l’anoressie e la bulimia vengano oggi interpretate come vere e proprie malattie, il Ministero della Sanità non le ha ancora riconosciute come malattie sociali, nonostante la loro crescente diffusione..

I disturbi alimentari tra cui l’anoressia, vengono indicati spesso come malattie della modernità; proprio in un epoca in cui si riscopre l’importanza del corpo, lo si modella, lo si mette in mostra e lo si utilizza come veicolo di comunicazione, ci si trova a fare i conti con delle patologie che distruggono il corpo fino a renderlo scheletrico e indesiderabile. Sembra che oggi la bellezza sia inscindibilmente legata alla felicità, ma in alcuni casi, purtroppo sempre più frequenti, essa non assume sembianze armoniche ed energiche, piuttosto forme diafane e asessuate. Possiamo affermare che nel nostro secolo la bellezza sia stata definitivamente strappata alla tirannia della natura,”..essa rappresenta ormai un obbiettivo democraticamente raggiungibile da molte più persone di quante non ne eleggesse la sorte” ( Testoni Ines, 2001).

Ci troviamo in una società in cui “le forme fisiche sono dettate dall’ingegneria chirurgica e sviluppate attraverso un immaginario cyborg ( Idem,2001), in cui il rossore delle guance da cui traspare la salute di un corpo energico viene sostituito da un pallore diafano sul quale stendere i colori del make – up, secondo la volontà del glamur”.

Il problema è che questo richieda un duro e costante lavoro che garantisce solo alcuni risultati a costi elevatissimi, e non solo in termini di denaro…

Tutto ruota intorno al corpo e all’apparire, indi può succedere che questo divenga anche portavoce di sofferenza e in alcuni casi di patologie vere e proprie, le cui radici vanno inscindibilmente ricercate nell’ambito socio-culturale, familiare, personologico e relazionale.

Ecco in quale spaccato emerge il paradosso anoressico: affamare il proprio corpo fino a renderlo scheletrico, può sembrare l’unico modo per rendere visibile agli altri un disagio profondo. L’unico modo per rendere visibile una sofferenza che viene percepita come ingestibile ed incomunicabile, è quello di palesarla sul proprio corpo, martoriandolo.

Al livello sociale, le malattie fisiche vengono interpretate diversamente rispetto a quelle dell’anima, in quanto quest’’ultime sono meno visibili e quindi a volte più difficili da individuare e curare.

Un malessere interiore è spesso invisibile agli altri e l’unico modo per renderlo visibile è quello di farlo emergere con violenza: scomparire per rendersi visibili.

Quando si pensa all’anoressia, frequentemente vengono in mente tutti quei modelli di successo e perfezione tanto reclamati dalla nostra società, che troppo spesso propone tra le righe il mito della magrezza come chiave per una sicura riuscita personale. Ma a quando risale effettivamente da un punto di vista filogenetico questo tipo di patologia?

Occorre innanzitutto fare una distinzione: da un punto di vista medico, la patologia oggi nota come anoressia, inizia ad essere annoverata nella letteratura medica sin dal 1600; secondo uno studio condotto da Rudolph Bell e pubblicato nel 1985 ( Rudolph Bell, 1992) le prime testimonianze di questa patologia, risalirebbero addirittura al Medioevo. Secondo questa ricerca condotta su donne italiane, vissute tra il 1206 e il 1934, emerge che in 261 erano presenti evidenti sintomi di anoressia e circa un centinaio di esse ( tra cui Chiara d’Assisi, Caterina da Siena e margherita da Cortona) vennero proclamate Sante. Che cosa lega una Santa asceta ad una moderna digiunatrice?

Trovare un continuum storico di una patologia esistente da epoche antichissime, non ha lo scopo di dimostrare una componente strutturalmente presente nella donna, ma apre le porte ad una riflessione socio-culturale in cui anche il concetto stesso di patologia assume un diverso significato.

Intorno al 1600 compaiono nella letteratura medica europea, i primi casi di quella che nel XXI ° Sec. verrà identificata come sfera dei disordini alimentari. Il primo caso citato, risale al 1686 ad opera del Dott. Richard Morton ( Idem,1992); egli descrive una giovane donna di venti anni, da due sofferente di disturbi considerati strani per l’epoca. Morton ne cita alcuni, quali ad esempio il rifiuto di alimentarsi da cui deriva un’estrema magrezza, la bassa temperatura corporea e la totale scomparsa del ciclo mestruale, sintomi che tra l’altro la porteranno dopo poco alla morte. Questo dottore del XVII° Sec fu in realtà il primo a descrivere concretamente alcuni fra i sintomo che noi oggi riconduciamo alla sfera dei disturbi alimentari e precisamente all’anoressia, sintomi che per altro, lo portarono a considerare la possibilità che vi fosse una componente emotiva di questa patologia sconosciuta. Nel 1868 il Dott. Franz Gall, descrive una strana patologia che sembra colpire in quegli anni soprattutto giovani donne, le quali nonostante un’estrema denutrizione, oppongono un netto rifiuto ad alimentarsi ( Idem,1992). Sei anni più tardi, egli denominerà questa malattia con il termine di anorexia nervosa, annoverando tra i sintomi più caratteristici l’amenorrea.

Nel 1873 Lasègue un altro famoso medico del tempo, si interessò a questo strano disturbo, ipotizzando a sua volta una possibile origine psichica che poteva essere ricondotta nel più ampio quadro dell’isteria.

Agli inizi del XIX° Sec. Philippe Pinel, allora capo della Salpètriere di Parigi ( noto ospedale del tempo in cui si curavano le malattie nervose delle donne), descrive il caso di una ragazza di diciassette anni che presenta vari sintomi tra cui: rifiuto totale del cibo, vomito autoindotto, bradicardia e amenorrea ( Idem,1992).

Gli psichiatri francesi Jean Charot e Pierre Janet, diedero un importante contributo agli studi sui disturbi alimentari:il primo ipotizzò che il rifiuto del cibo fosse dovuto a forti conflitti psichici alla cui base vi era il bisogno di raggiungere un’identità autonoma ( Testoni Ines, 2001). Il secondo classificò questo disturbo come una forma di psicastenia (nevrosi) determinata da una difficoltà nell’accettare l’identità di genere e da esperienze traumatiche precoci ( Idem,2001).

Nel 1914 Simmonds, pubblica i risultati di un’autopsia fatta su una giovane donna incinta e in avanzato stato di denutrizione volontaria, in cui rileva gravissime lesioni alla ghiandola pituitaria (morbo di Simmonds). In base a questa autopsia per i successivi vent’anni, i fattori psicologici individuati da Gall, vennero considerati non attendibili e quindi ignorati; tutte le situazioni in cui era presente un estremo dimagrimento per altro volontario, vennero considerate come derivanti da disturbi di origine endocrina. In quegli anni la neurologia era fortemente influenzata da due correnti teoriche fra l’altro diametralmente opposte: da una parte la prospettiva frenologia, che stabiliva un forte collegamento tra mente e cervello e di conseguenza una visione dei disturbi psichici come determinati da lesioni cerebrali ( Idem,2001); dall’altra la teoria solistica, propensa ad una visione dualistica che stabiliva una trascendenza debole della psiche rispetto al cervello, in un’ottica di sopravvivenza ( Idem,2001) -secondo la quale i disturbi psichici non necessariamente erano dovuti a disfunzioni cerebrali ma anche a vissuti emotivi-

Più tardi, l’approccio psicoanalitico ebbe una valenza importante soprattutto nei primi anni ‘50, sebbene lo stesso Freud non abbia mai trattato l’argomento in maniera approfondita, e comunque solo in relazione alla “melanconia”, ovvero catalogando i disordini alimentari come facenti parte di quei disturbi intervenuti precocemente nella fase orale che hanno impedito all’individuo di sviluppare una sessualità matura. Melanine Klein definì qualche anno più tardi l’anoressia ( Klein Melanine,2001)come una perversione derivante da un nucleo psicotico che utilizza narcisisticamente il corpo come feticcio ( Idem,2001), da cui derivava una forte incapacità di percepire le varie esigenze del corpo. L’anoressia come patologia, continua ad essere conosciuta fino a quel periodo, solo negli ambienti scientifici; l’attenzione pubblica viene però coinvolta rispetto a questa problematica, solo intorno agli anni ’70, quando il disturbo noto come anoressia, inizia a ripresentarsi frequentemente in America, e ad attirare l’attenzione degli psichiatri che si accorgono di una preoccupante diffusione del fenomeno tra gli adolescenti, tanto che nel giro di un decennio si inizierà a parlare del “problema psichiatrico degli anni ottanta” ( Gordon Richard, 1990). Anche l’opinione pubblica inizia a lanciare l’allarme, soprattutto in seguito alla morte della modella Karen Karpenter, avvenuta a causa dell’abuso di ipecacuana: si tratta di una droga legale con potenti effetti emetici generalmente somministrata ai bambini in piccole dosi a seguito dell’ingerimento di sostanze velenose, ma che sembra essere di moda in quel periodo tra le giovani donne per il controllo del peso. Hilde Bruch, psichiatra americana di origine tedesca (tutt’ora considerata la maggiore esperta di patologie alimentari), pubblica tra gli anni ’70 e ’80 alcuni articoli sui disturbi dell’alimentazione e cita in Eating Disorders ( Bruch Hilde, 1993), vari sintomi che risultano essere fortemente connaturati con questa patologia, parlando fra l’altro di un atteggiamento mentale distorto nei confronti del cibo che comprende il terrore mortale di ingrassare, derivante principalmente da un rapporto precocemente conflittuale tra madre e figlia ( Testoni Ines, 2001). Inoltre in Differential Diagnosis definisce “l’anoressia come denutrizione autoinflitta in assenza di una malattia organica riconoscibile e in mezzo ad un’ampia disponibilità di cibo” (Bynum CarolineW, 2001) . Nel 1981, il New York Times, pubblica una ricerca condotta in un campus della State University di New York, in cui emerge chiaramente la diffusione soprattutto nei campus universitari dei disturbi alimentari che, secondo le stime assumono proporzioni sempre più preoccupanti. E’ in questo periodo che negli Stati Uniti iniziano a formarsi le prime strutture specializzate che si occupano solo ed esclusivamente di disturbi dell’alimentazione e accolgono ragazzi e ragazze provenienti da tutti gli States. La prima clinica nasce a Philadelphia, siamo nel 1984; occorrerà aspettare ancora qualche anno perché Francia, Inghilterra e Italia, inizino ad occuparsi del fenomeno e creare delle strutture adeguate per il trattamento e la cura dei disturbi alimentari.


Nel 1985, R. Bell pubblica un libro intitolato La Santa Anoressia ( Bell Rudolph, 1992), nel quale viene riportato uno studio condotto su 261 donne italiane vissute tra il 1206 ( anno al quale risale la prima morte per denutrizione di una giovane donna dal nome Ubaldesca di Lucca) e il 1934( anno in cui morì a Roma, sempre a causa di denutrizione Maria Teresa Zanfrilli). Tutti i casi presi in considerazione da Bell, riguardano condizioni di estremo digiuno e vari sintomi riconducibili oggi ad un disturbo dell’alimentazione e soprattutto nell’epoca Medioevale, la privazione volontaria del cibo appare inscindibile da motivazioni che riguardano la sfera religiosa; in effetti 100 fra le donne prese in esame da Bell, molti anni dopo la loro morte vennero proclamate Sante.

La più importante tra coloro che Bell definisce come “Sante anoressiche” è Chiara d’Assisi, fedele amica di S. Francesco e fondatrice dell’ordine delle Clarisse Povere. Le suore che vivevano con lei in convento, riportano informazioni circa ferrei digiuni ai quali sottoponeva il suo corpo in particolari giorni della settimana; gli altri giorni si alimentava comunque pochissimo e sempre in maniera frugale. Le regole che si impone sono così rigide e la sua devozione talmente ferrea, da suscitare ammirazione e timore nelle suore del convento che parlano di lei come se si trattasse di un evento raro dalle connotazioni divine. Chiara entra in convento giovanissima, convento da cui non uscirà più fino alla morte, avvenuta per denutrizione nel 1253.

Cammina senza scarpe, dorme sul pavimento, mortifica il proprio corpo con il cilicio, evita perfino di parlare con le altre suore a meno che questo non sia strettamente necessario.

Lo stesso S. Francesco, con il quale Chiara era legata fin dall’infanzia, preoccupato per il suo grave stato di denutrizione, la esorta spesso a mangiare di più, fino ad ordinarle formalmente insieme al Vescovo d’Assisi di consumare almeno 50 g. di pane al giorno.

Santa Chiara incarna un modello innovativo di pietà femminile basato fondamentalmente sull’umiliazione (Idem,1992) e sulla mortificazione del corpo, che affascina e contemporaneamente incute timore; in effetti molte donne dell’epoca iniziarono a seguire il suo esempio tra cui sua madre e le sue sorelle che si ritirarono in convento. Inoltre questo tipo di comportamento era particolarmente incoraggiato dai Francescani che fieri della devozione dimostrata dalla futura santa, la indicavano come esempio di devozione da emulare. Bell parla di una vera e propria “epidemia” verificatasi tra il XIII° e il XV° Sec. tra Umbria e Marche ( casi accertati di Santa anoressia: XIII° sec. casi 36 - XIV° Sec. casi 26 - XV° Sec. casi 26) ( Idem,1992), regioni fra l’altro ove i Francescani risultavano essere particolarmente diffusi e seguiti. Tra le 42 Sante italiane vissute nel XIII° Sec., 17 sono note per i ferrei digiuni e quasi tutte vissero ad Assisi o in paesi limitrofi ( Idem,1992).

Non solo, tra il XIII° e il XVI° Sec. con un picco del 19% di casi nel XV° Sec. questa strana epidemia iniziò ad interessare anche altri ordini diffusi principalmente in Toscana, nel Nord-est e nel Nord- ovest, quali ad esempio le Benedettine, le Agostiniane e le Domenicane ( Idem,1992).

Caterina da Siena, è stata invece la prima Santa anoressica ad essere venerata dai Domenicani, il cui ordine ha una larga diffusione tra il XIV° e il XVI° Sec. Raimondo da Capua viene considerato il biografo nonché confessore più attendibile della vita di Caterina, colui che diede più risalto ai comportamenti alimentari inconsueti e strani della futura Santa (Bynum Caroline, 2001) Caterina nasce nel 1347, ventitreesima figlia, la preferita rispetto agli altri fratelli nonché unica ad essere allattata al seno dalla madre; Giovanna, la sorella gemella di Caterina, viene affidata alla balia subito dopo la nascita e in poco tempo muore ( Idem,2001). Cresce una famiglia agiata, con un padre affettuoso ma spesso assente per lavoro e una madre, Lapa forte e autoritaria la quale avrà nei suoi confronti un atteggiamento competitivo e intrusivo ( Bell Rudolph, 1992). A sette anni ha la prima visione di Cristo e da quel momento, nonostante l’opposizione dei familiari rifiuta di mangiare qualsiasi tipo di carne. A partire dall’età di dodici anni inizia ad avere degli scontri sempre più frequenti con la madre, che incurante delle sue forti aspirazioni religiose, la incoraggia insistentemente a partecipare alla vita mondana e di iniziare a pensare al matrimonio. Al culmine di questo conflitto Caterina si taglia i capelli, si ustiona volontariamente alle terme dove viene portata in vacanza, si priva volontariamente di sonno e di cibo e, come riportano gli agiografi Raimondo da Capua e Antonio da Siena, nello stesso periodo inizia ad avere le prime visioni( che riguardano alberi da frutto e allattamento dal costato di Cristo) ( Bynum Caroline, 2002).

Rifiuta tutte le proposte di matrimonio che le vengono offerte, e dopo due anni di battaglie riesce a convincere suo padre riguardo alla sua vocazione religiosa:

“ Dio ci guardi, dolce figliuola mia, da contraddire in alcun modo la divina Volontà…non ti hanno capito ma ora abbiamo capito con certezza che non sei mossa a questo da leggerezza di gioventù ma dall’impulso del divino amore[…]Compi liberamente il tuo voto, e fai che lo spirito santo ti aiuti…che nessuno tormenti più nostra figlia..che serva in pace il suo sposo…” ( Bell Rudolph, 1992) .

Con queste parole il padre Giacomo si rivolge alla moglie e ai fratelli di Caterina, interpretando la devozione della figlia come un regalo divino; da questo momento Caterina si chiude in una cella costruita appositamente per lei in casa, inizia dei ferrei digiuni e le flagellazioni sul corpo, tanto più dure quanto più sua madre si oppone. A 15 anni si nutre unicamente di pane, vegetali crudi e acqua, alimentazione che riduce ulteriormente cinque anni più tardi in concomitanza con la morte del padre e le sempre più frequenti visioni di Cristo. Le discussioni con la madre, si fanno sempre più accese e frequenti, ed in conseguenza a ciò Caterina decide di allontanarsi da casa ma non di entrare in convento, bensì di aderire alle Mantellate: si tratta di un Ordine formato da vedove che assistono i malati gravi e i moribondi. Nonostante i suoi sforzi, ha sempre l’impressione di non fare mai abbastanza per gli altri, e nel timore di poter deludere Dio, riduce ulteriormente la sua alimentazione come prova della sua totale astinenza dai piaceri della carne: arriva a nutrirsi solo di acqua e ostia, riuscendo ad essere nonostante ciò sempre iperattiva. Di fronte ai suoi confessori che le ordinano di mangiare, accetta di buon grado ma solo perché sa di poter rimanere sola a lungo nella sua cella e di poter rimettere tutto ciò che ha mangiato durante il giorno. “Le metafore del mangiare, del bere, della fame, del cibo, sono tutti elementi assolutamente centrali negli scritti di Caterina ”…( Bynum Caroline,2002) mangiare per Caterina significa assumere, divenire, essere e amare; mangiare e aver fame assumono un identico significato: si mangia ma non si è mai sazi, si brama ma non si è mai appagati ( Idem,2002). Le visioni di Cristo si susseguono e Caterina medita sul sangue e sulla sua circoncisione, che viene interpretata non come fusione erotica con una figura maschile, come alcuni studiosi tardomedioevali hanno interpretato ( Idem,2002) ma come un voler incorporare la carne stessa del Cristo sofferente. In seguito a ciò, decide di privarsi totalmente dell’acqua in quanto non si ritiene all’altezza di meritare l’immenso valore che è insito in ogni sorso; sente che nessun cibo né tanto meno l’acqua possano nutrirla, anzi la rendono impura davanti al suo signore a cui ha fatto voto di castità e promesso il completo abbandono dei piaceri mondani.

Il digiuno è quindi uno strumento per non dimenticarlo mai forse una punizione per averlo messo in dubbio, ma poiché nessuna fede è salva dal dubbio, Caterina è morta di fame e di stenti. Il 30 Aprile del 1380, dopo aver digiunato e rinunciato anche all’acqua per un mese intero, emaciata e sconvolta a causa di fortissimi dolori allo stomaco (Bell Rudolph, 1992), si spegne in seguito a collasso; aveva 33 anni….l’età di Cristo.

Un’ altra Santa definita anoressica da Bell ( Idem,1992) è Margherita da Cortona; si tratta in realtà di un caso di santificazione eccezionale, in quanto Margherita è madre di un bambino avuto a 25 anni in seguito ad una relazione clandestina a causa della quale viene allontanata da casa. Dopo aver lasciato il figlio ad Arezzo presso una famiglia, cerca di entrare in convento e solo dopo forti insistenze e prove dei suoi pentimenti, viene accettata come terziaria dai frati Francescani. Inizia a sottoporre il suo corpo a continue flagellazioni, riduce la sua alimentazione a verdura e pane, rinunciando completamente alla carne; in seguito decide di ridurre ulteriormente i pasti solamente a pane e acqua che consuma in piccole quantità, mai in presenza di altri e solo dalle due alle tre del pomeriggio. Contrariamente all’iniziale iperattività che la contraddistingue, a causa del progressivo indebolimento del suo corpo, diviene sempre più incapace di svolgere i normali compiti che le vengono assegnati come terziaria. Le flagellazioni a cui sottopone il proprio corpo, hanno lo scopo di purificare la sua anima, che di notte viene continuamente minacciata: belve feroci la spaventano con visioni terrificanti e demoni malvagi la apostrofano con parole volgari.

La vita di margherita da Cortona è costellata da prove e testimonianze della sua ferrea devozione, il cui digiuno è forse la testimonianza più grande ( Bynum Caroline2001),ma la sua coscienza convive con il timore di non meritare la misericordia di Dio. Teme che il suo digiuno possa avere l’effetto di un suicidio, comportamento che soprattutto in epoca medievale era considerato peccato mortale; questo dubbio l’accompagnerà fino alla morte, avvenuta il 22 Febbraio 1297.

Santa Margherita in una lettera al suo confessore che le ordina di mangiare:

“…Padre mio, non ho intenzione di stabilire un patto di pace tra il mio corpo e la mia anima, e neppure intendo risparmiarlo. Perciò permettetemi che io lo domi con il non cambiare cibo: io non smetterò per tutto il tempo della mia vita finchè esso non venga meno. Non dovete credere che sia così mortificato come sembra, fa così perché io non esiga il debito contratto nel mondo quando gli piaceva divertirsi….oh corpo mio. Perché non mi aiuti a servire il mio redentore? Non ti lamentare, non piagniuccolare, non fingerti mezzo morto. Io non solo desidero astenermi dai cibi corporali, ma vorrei morire mille volte al giorno, se fosse possibile, in questa mia vita mortale, per Amore tuo… ” (Hornbacher Marya, 2000).

L’iper o l’ipoventilazione, la febbre, l’estrema fatica uniti a lunghi periodi di preghiera o meditazione, associati a estremi digiuni, sono condizioni che possono facilmente provocare disturbi sensoriali. In questi momenti l’attenzione può risultare così fortemente alterata che immagini inconsapevoli possono salire fino al livello cosciente ed essere percepite come immagini provenienti dall’esterno. In questo caso, attraverso la modificazione delle modalità di attenzione ordinaria, si possono verificare un insieme di immagini non diverse da comuni scene oniriche

( www. In psicoterapia.com, 1996). Un’immagine di questo tipo, in un contesto permeato da un forte senso religioso, può facilmente ed erroneamente essere attribuita al volere divino e assumere una connotazione ultraterrena. Procedendo in questo senso non è difficile immaginare come sia molto più semplice di quanto si creda, se vi è una forte predisposizione e volontà, arrivare a stati di trance, blocchi catatonici e anche stigmate. Quest’ultime sono presenti in almeno 15 Sante del XIII° Sec e si verificavano principalmente al momento di prendere l’eucarestia.

Ma cos’hanno in comune Caterina da Siena, Margherita da Cortona, Chiara d’Assisi,ma ncge Umiliana de Cerchi, Angela da Foligno, Colomba da Rieti, etc.? Tutte sono morte per denutrizione; sono donne che aspirano alla santità (molte la raggiungeranno) e sacrificano la loro vita e il loro corpo, martorizzandolo con digiuni e punizioni. Questo modus vivendi che oggi a noi può sembrare incomprensibile, era invece particolarmente apprezzato dalla religiosità cristiana del tempo, ed in effetti viene ricercato e seguito da numerose donne medioevali. Il loro scopo è quello di raggiungere uno stato di purezza e santità ma il modo in cui viene ricercato, ovvero attraverso i digiuni e le autopunizioni, è assolutamente innovativo e quindi considerato rivoluzionario per l’epoca.

La conquista di se stessi e della propria autonomia, non raramente nel corso dei secoli ha portato all’autodistruzione; in questo senso Bell afferma che “ la risposta anoressica è senza tempo ”( Bell R., 1992) . Nel XIII° Sec. la Santa anoressica incute timore e venerazione, in quanto esempio di ferrea volontà e devozione, che riesce a raggiungere una spiritualità pura e senza peccato. In realtà la chiesa, soprattutto in epoca medioevale, considera la donna un essere inferiore in cui si concentra tutta la malvagità di Eva; non passerà molto tempo in fatti, che la risposta maschile di fronte ad una Santa digiunatrice, diventerà sempre più negativa e sospettosa fino a considerarlo come un comportamento di chiara ispirazione diabolica. Le testimonianze riguardanti questo fenomeno, scompaiono quasi completamente intorno al XVII° Sec. in concomitanza con il periodo in cui iniziava a diffondersi nei paesi europei la così detta “caccia alle streghe”, per poi riapparire in maniera più marcata intorno al XIX° Sec.. In realtà è plausibile pensare che questo fenomeno non sia totalmente scomparso ma sia stato interpretato in maniera diversa: i casi di ferreo digiuno, seppur meno diffusi erano comunque presenti nella popolazione. Nel Malleum Maleficarum ad esempio, meglio conosciuto come “martello delle streghe” e scritto ad opera dei frati tedeschi Jacob Sprenger e Heinrich Kramer nel 1486, vengono elencati tutti i segni per poter riconoscere e stanare le streghe; il digiuno viene citato per primo. Se un particolare comportamento come il digiuno viene citato, anche se attribuito ad una condizione come quella demoniaca, è perché evidentemente si verifica e quindi è presente in quel periodo storico. Ciò avvallerebbe la tesi secondo cui anche in un periodo in cui non vi è testimonianza di possibili disturbi alimentari, in realtà essi sono comunque presenti. Trovare un continuum storico di una patologia già esistente da epoche antichissime, non ha lo scopo di dimostrare una componente strutturalmente presente nella donna; serve anzi a dimostrare come l’anoressia possa essere definita soprattutto in termini di una sindrome culturale.

Ida Magli ci offre una visione suggestiva attraverso la quale esplorare le dimensioni strutturali e culturali attraverso cui si snoda la vita delle Sante anoressiche descritte da Bell, fino ad arrivare alle moderne digiunatrici. Mentre l’uomo si rifugia nel chiostro per allontanarsi dalla vita mondana e dai piaceri terreni, per la donna la vita monastica diventa un modo per ribellarsi ad una condizione socio-familiare oppressiva, che soprattutto nel Medioevo era estremamente rigida. Alla donna non è permesso di conquistare in alcun modo la libertà, né tanto meno di raggiungere la propria autonomia, indipendenza e autosufficienza; non ha modo di ricercare la propria identità, passando da un controllo prima paterno e poi maritale. La reclusione in convento le permette paradossalmente di rifiutare il suo destino di “funzionaria dell’uomo” e della sua cultura, e di sperimentare la propria autonomia in un contesto riconosciuto dalla società (Ida Magli,1972). Mai come nell’epoca medioevale la società e la cultura del tempo è stata così castrante ed oppressiva, soprattutto verso quelle donne che si rifiutavano di rispettare i ruoli ad esse attribuiti. La donna in quel periodo, non da una moderna ragazza, spostava secondo Ida Magli la sua battaglia per la conquista dell’autonomia, dal mondo esterno a quello interno. Mentre nel primo, essa avverte più forte la possibilità di una potenziale sconfitta, nel secondo riesce segretamente a stabilire le proprie regole, con la sensazione di riuscire a padroneggiare e decidere sui propri istinti. Così si rifugia nel chiostro, dove per la prima volta riesce a confrontarsi con se stessa, con i propri limiti e ad assaporare la sensazione di essere diventata autonoma rispetto alla famiglia. In quest’ottica si avverte un modo sicuramente rivoluzionario per l’epoca attraverso cui la futura Santa inizia a sperimentare se stessa, valicando i confini entro cui la gerarchi maschile aveva confinato la religiosità femminile; neanche il confessore riesce a frapporsi fra lei e il suo personalissimo patto con Dio. I digiuni sono ferrei ma solitamente hanno inizio prima dell’entrata in convento; David Herlilhy (David Herlilhy, 1983) afferma che le pratiche alimentari rappresentano un preciso rifiuto della famiglia. La famiglia è decritta come un gruppo di persone che risiedono, e più precisamente, che mangiano insieme; rifiutare quindi la commensalità significa rifiutare i legami familiari e ciò che simbolicamente rappresentano il denaro paterno e l’attività domestica materna, cioè il cibo

( Bynum C.,2002). Rinunciare a quanto è contenuto nella dispensa, significa rifiutare l’agio e lo status sociale. Nel Medioevo molte giovani donne espressero questo tipo di rifiuto ricorrendo al digiuno come opposizione alla famiglia e alla condizione matrimoniale. Sfuggire ad un matrimonio combinato era tutt’altro che facile, e le famiglie erano meno propense ad accogliere la vocazione religiosa delle figlie piuttosto che dei figli maschi. La stessa religione cristiana proponeva alle donne degli ideali contradditori: da una parte, quello di figlia obbediente che accetta la scelta di un marito da parte dei genitori, e dall’altra quella di vergine eroica che sopporta ogni tortura pur di non rinunciare alla propria verginità ( Idem,2002).

Cosa accomuna il comportamento di alcune Sante del passato con le moderne digiunatrici? Si tratta chiaramente di fenomeni che appartengono a contesti socio-culturali diversi, accomunati però da atteggiamenti simili: il digiuno, l’estremo dimagrimento, il controllo degli istinti, le continue privazioni a cui viene sottoposto il corpo per raggiungere un modello di perfezione femminile ritenuto ideale per l’epoca ( Fondazione Collegio S. Carlo, 1996). In un caso l’ideale è rappresentato dalla Santità, nell’altro dalla magrezza. Si tratta di un’estrema sfida che si snoda nei secoli in risposta ad un cultura che propone dei modelli femminili di perfezione, secondo le evoluzioni vere o presunte dell’immaginario maschile. Nel medioevo Chiara d’Assisi viene proposta come ideale di perfezione; lo stesso atteggiamento si ha oggi nella cultura occidentale di fronte al simbolo della bellezza e della perfezione per eccellenza: la magrezza. E’ ovvio che nel Medioevo le giovani donne conducessero una vita molto diversa rispetto a quella di oggi, ma si tratta della medesima battaglia interiore che diventava visibile agli altri attraverso lo strumento-corpo.La Santa anoressia non comprende la paura di ingrassare e il desiderio perenne di una magrezza da esibire, ma il rifiuto del cibo esprime da sempre un valore simbolico capace di sovvertire l’ordine sociale ed è da sempre utilizzato non solo in senso religioso ma anche politico. Essere sante o essere magre, tolta la connotazione religiosa rimane la sfida estrema contro se stessi e i propri limiti, è la ricerca affannosa e costante di uno stato di perfetto equilibrio, fortemente voluto ma irraggiungibile a causa della sua stessa inesistenza. Come la Santa non permette a nessuno di frapporsi fra lei e il suo Dio in una disperata ricerca della perfezione intesa come assenza del desiderio e del bisogno che èleva al di sopra di tutto, la moderna digiunatrice occidentale utilizza il digiuno come prova della propria forza di volontà, e l’illusione del dominio assoluto degli istinti altro non è che la via di fuga contro l’impotenza di non riuscire a gestirli.




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Articolo: digiuno, ascesi e anoressia, Fondazione Collegio S. Carlo, Modena 09/12/1996



Lavinia Sarritzu si è laureata in Psicologia presso la Facoltà di Scienze della Formazione di Urbino con una tesi sui disturbi alimentari dal titolo: “ Il corpo ingannato: dalle Sante ascete alle moderne digiunatrici, evoluzioni storico-cliniche dei disturbi alimentari dal Medioevo ad oggi”. Attualmente si interessa principalmente di questo fenomeno e alle connotazioni storico-cliniche che esso ha avuto nel tempo.

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